GIOVANI LAVORO UNIVERSITA’ DI SAURO AMBONI

Leggo di sovente su quotidiani e riviste dal titolo altisonante, il riferimento a enti di formazione, di sviluppo, all’università, ai loro statuti e programmi, ricchi di buone intenzioni e ridondanti di ottimismo propositivo con stage, seminari, convegni e corsi miracolosi.

Fra gli scopi principali delle loro “grida” figurano la promozione della cultura, della ricerca, della scienza, della formazione, la tutela della salute e della sicurezza dell’uomo, la tutela e la valorizzazione dell’ambiente in cui viviamo, l’innovazione, lo sviluppo industriale, l’internazionalizzazione, la globalizzazione, la crescita, il futuro dei giovani, l’occupazione, ecc.

In questo contesto, e sulla base dell’esperienza fin qui raggiunta con decenni di responsabilità operativa, organizzativa e manageriale, ritengo riconducibili a questi scopi porre all’attenzione dei lettori le seguenti riflessioni.

Persistono e si fanno sempre più frequenti i giudizi negativi sulla “capacità” dell’Università a “formare” i giovani. Ciò sia a livello di formazione generale di base che di conoscenze specifiche e competenze professionali.

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Confindustria, Camere di Commercio e Unione Industriali, hanno più volte espresso pareri concordi in tal senso.

Non solo, leggo di sovente articoli su riviste specializzate, Atti di convegni di comunità Scientifiche, risultati di ricerche universitarie, ecc. che hanno in comune una cosa: la ricchezza di modelli astratti che nulla hanno a che vedere con la necessità di aiutare a risolvere i problemi concreti che interessano il mondo “reale” dell’industria, dei servizi e dell’economia nonché dei giovani e del loro futuro.

Quindi, dall’esperienza fin qui raggiunta, trovo che l’Università è “arroccata” su un pianeta diverso e molto lontano dal mondo del lavoro reale e che non dà quello che ci si aspetta e cioè “formare” la base della classe dirigente dei prossimi anni.

Ho visto, solo per fare un paio di esempi, docenti di Economia Aziendale che nel loro curriculum non hanno mai avuto responsabilità concrete di nessun tipo in azienda; ho visto docenti di estrazione “Laurea in Scienze Politiche” come docenti di materie tecniche e scientifiche a corsi di laurea ad indirizzo ingegneristico; ecc.

Cosa fare?

Orbene, non potendosi quindi pretendere, da un lato che il docente universitario insegni quello che non sa, e dall’altro che il giovane laureato, il quale entra nel mondo del lavoro, sia già al corrente degli ultimi ritrovati, bisognerà per lo meno esigere che egli, il giovane, abbia l’agilità mentale di comprendere le nuove tecniche capirne l’interesse, inserirsi in esse, impadronirsene e capire subito che cosa esse hanno di vantaggioso rispetto alle tecniche di qualche decennio prima.

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Proprio per questo deve avere un’abilità mentale dinamica e abituarsi a non considerare come immodificabili le lezioni che egli ha ricevuto, non deve credere che le leggi scientifiche, che i teoremi da lui imparati, che i modelli e gli algoritmi di tecnica, ecc. siano dei dogmi: deve sapere che sono degli strumenti, il più delle volte obsoleti, ed essendo degli strumenti sono sempre perfezionabili.

Deve cioè “rimboccarsi le maniche” e lavorare sodo nel concreto, sul campo, assumersi responsabilità, agire, muoversi e affrontare problemi reali.

Bisognerà, che aggiornandosi sulla più recente bibliografia, sulle ricerche in atto nel proprio paese e all’estero, con la partecipazione ai congressi di categoria con lunghi stage, ecc. riesca a capire e valutare esattamente anche le teorie, le tecniche e soprattutto i metodi diversi da quelli appresi sui banchi dell’Università.

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Per questo è utile una coscienza metodologica elastica, è utile comprendere che la nostra stessa scienza, cioè la scienza del nostro decennio, non è la scienza definitiva, ma è un semplice elemento di uno sviluppo che va molto al di là da essa.

Sorriderete quando, forse, qualcuno dirà: ma i teoremi matematici, i dogmi dell’economia, gli assiomi delle scienze sociali, ecc. hanno un valore assoluto!

Si certo, un teorema matematico ha una validità indiscutibile entro una teoria; però ricordiamoci che noi possiamo, anzi dobbiamo, fare nuove teorie, cioè nuovi sistemi formalizzati che daranno nuovi teoremi, e applicheranno perfino nuove regole deduttive e nuovi metodi di lavoro.

Non per questo perderemo la stima per le teorie che abbiamo studiato in passato, ma sentiremo il dovere di non limitarci ad esse ma considerarle come un esercizio mentale di base per proiettare il nostro lavoro nella realtà che ci aspetta.

Effettivamente ogni tecnico, manager, ricercatore o scienziato serio ha sempre contribuito a sostituire vecchie teorie e a crearne di nuove; perciò, se noi ci rendessimo conto della non assolutezza delle teorie, saremmo in condizioni più favorevoli per agire su di esse per renderle più perfette più efficienti, più generali, più lontane dall’astratto e più vicine alle esigenze innovative reali.

Quindi, cari giovani, dovete rimboccarvi le maniche.

Sauro Amboni.

 

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